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lunedì 9 novembre 2009

Come Reagan vinse la guerra fredda. (3)



Ma una cosa era immaginarsi questa condizione felice, un’altra realizzarla. Quando Reagan salì alla Casa Bianca, l’orso sovietico era ancora arrogante e infuriato. Tra il 1974 e il 1980 era riuscito, con l’invasione diretta o la vittoria dei suoi fantocci, a incorporare dieci paesi nell’orbita comunista: Vietnam del Sud, Cambogia, Laos, Yemen del Sud, Angola, Etiopia, Mozambico, Grenada, Nicaragua e Afghanistan. Per di più, aveva costruito il più formidabile arsenale nucleare del mondo, con migliaia di missili a testata multipla puntati contro gli Stati Uniti. Nell’ambito delle forze convenzionali, il Patto di Varsavia aveva una schiacciante superiorità sulla Nato. Infine, Mosca aveva recentemente dispiegato una nuova generazione di missili a media-gittata, i giganteschi SS-20, puntati sulle città europee. Reagan non reagì semplicemente a questi eventi allarmanti, ma elaborò un’articolata strategia di controffensiva. Avviò un progetto di riarmo per 1500 miliardi di dollari, con lo scopo di attirare i sovietici in una corsa agli armamenti dalla quale era sua convinzione che i russi non sarebbero potuti uscire vincitori. Era anche deciso a convincere l’alleanza occidentale ad accettare la dislocazione di 108 missili Pershing-2 e 464 missili Cruise per controbilanciare gli SS-20. Allo stesso tempo, non rinunciò ai negoziati per la riduzione degli armamenti.

Anzi, propose per la prima volta che le due superpotenze dovessero ridurre drasticamente i loro arsenali nucleari. Se i sovietici avessero ritirato i loro SS-20, disse, gli Stati Uniti non avrebbero fatto piazzare i Pershing e i Cruise. Questa fu definita la "opzione zero".

C’era poi la cosiddetta "dottrina Reagan", che prevedeva un sostegno militare e materiale per i movimenti indigeni che combattevano per rovesciare le tirannie filosovietiche. L’Amministrazione appoggiò la guerriglia in Afghanistan, Cambogia, Angola e Nicaragua. Inoltre, collaborò con il Vaticano e con la sezione internazionale del sindacato americano per sostenere il sindacato polacco Solidarnosc, nonostante la spietata repressione del regime del generale Jaruzelski. Nel 1983, le truppe statunitensi invasero e liberarono Grenada, cacciando il governo marxista e organizzando libere elezioni. Infine, nel marzo 1983, Reagan annunciò la "Iniziativa di Difesa Strategica", un nuovo programma di ricerca e costruzione di difese missilistiche che, per dirlo con le parole dello stesso Reagan, prometteva di "rendere obsolete le armi nucleari". La strategia di controffensiva di Reagan fu continuamente denunciata dalle colombe, che sfruttavano il timore dell’opinione pubblica, cioè la paura che il riarmo voluto da Reagan stesse portando il mondo sull’orlo della guerra atomica. L’opzione zero fu bollata da Strobe Talbott come "del tutto irrealistica". Con l’eccezione dell’appoggio per i mujahedin afghani, ogni sforzo per aiutare i ribelli anticomunisti fu ostacolato dalle colombe del Congresso e dei media. L’iniziativa di Difesa Strategica fu definita dal New York Times come "una trasposizione della fantasia nella politica".
L’Unione Sovietica si mostrò altrettanto ostile nei confronti della controffensiva di Reagan, ma comprese molto meglio delle colombe americane i suoi veri obiettivi. Il giornale Izvestiya protestò: "Gli americani ci vogliono costringere a una corsa agli armamenti ancora più dispendiosa e disastrosa". Il segretario generale Yuri Andropov asserì che il programma difensivo di Reagan era "un tentativo di disarmare l’Unione Sovietica". L’esperto diplomatico Andrey Gromyko disse che "dietro a tutte queste bugie sta il chiaro calcolo che l’Urss esaurirà le proprie risorse materiali e sarà perciò costretta ad arrendersi".

Queste dichiarazioni sono importanti perché definiscono il contesto in cui è avvenuta l’ascesa al potere di Gorbaciov all’inizio del 1985. Gorbaciov era effettivamente un nuovo tipo di leader sovietico, ma ben pochi si sono chiesti perché venne eletto dalla vecchia guardia. La ragione principale è che il Politburo aveva compreso che le vecchie strategie erano fallite. Reagan, in altre parole, sembra avere avuto il merito di provocare un crollo di nervi che ha spinto Mosca a cercare un nuovo approccio. La nomina di Gorbaciov non serviva soltanto per trovare un nuovo modo di risolvere i problemi economici del paese ma anche per affrontare i rovesci subiti dall’Urss all’estero.

Proprio per questo Ilya Zaslavsky, membro del congresso sovietico del popolo, ha detto che il vero creatore della perestroika e della glasnost non è stato Gorbaciov ma Reagan. Gorbaciov suscitò straordinari entusiasmi nella sinistra e nei media dell’occidente. Mary McGrory, del Washington Post, era convinta che "avesse in tasca le istruzioni per l’uso per salvare il pianeta". Gail Sheehy era abbagliata dalla sua "luminosa presenza". Nel 1990 la rivista Time lo proclamò "uomo del decennio" e lo paragonò a Franklin Roosevelt. Esattamente come Roosevelt aveva trasformato il capitalismo per salvarlo, così Gorbaciov aveva reinventato il socialismo per farlo sopravvivere. La ragione di questo imbarazzante infatuazione è che Gorbaciov era proprio il tipo di leader che gli intellettuali occidentali ammirano di più: un riformatore dall’alto che si presentava come un progressista; un tecnocrate che pronunciava discorsi di tre ore per descrivere i risultati della pianificazione agricola. Soprattutto, il nuovo leader sovietico stava cercando di realizzare la grande speranza dell’intellighenzia occidentale: il comunismo con un volto umano! Un socialismo che funziona! Tuttavia, come scoprì lo stesso Gorbaciov, e come tutti noi oggi sappiamo, non era una speranza realizzabile. I difetti che Gorbaciov cercava di sradicare dal sistema si rivelarono caratteristiche integranti del sistema stesso. Se Reagan era il Grande Comunicatore, Gorbaciov si è infine dimostrato, come ha detto Zbigniew Brzezinski, il Grande Fraintenditore. Gorbaciov non va paragonato a Roosevelt ma a Jimmy Carter. I duri del Cremlino che lo misero in guardia sul fatto che le sue riforme avrebbero causato il crollo dell’intero sistema avevano ragione. Anzi, anche i falchi occidentali hanno avuto il loro trionfo: il comunismo era in effetti immutabile e irreversibile, nel senso che il sistema poteva essere riformato soltanto con la sua distruzione. Gorbaciov, al pari di Jimmy Carter, aveva una qualità positiva: era una persona onesta e di mentalità aperta. E’ stato il primo leader sovietico proveniente dalla generazione post-staliniana, il primo ad ammettere apertamente che le promesse di Lenin non erano state realizzate.

sabato 7 novembre 2009

Come Ronald Reagan vinse la guerra fredda

E` un bellissimo articolo che,proprio in questi giorni mentre si cerca di modificare la storia di quegli anni, attribuendo per esempio la patente di vincitore a Gorbaciov e si dimentica Reagan e Woityla, ricorda alcune verita.
Innanzitutto dimostra come i liberals avessero nei confronti del comunismo gli stessi atteggiamenti che ora hanno nei confronti dell`islamismo, e un tempo avevano nei confronti del nazismo.Il tutto riassumibile nella parola appeasement.Evidenzia come Ronald Reagan,fosse un convinto anticomunista ma non fosse un fanatico, incapace di capire quando cambiare tattica.
Evidenzia come Gorbaciov fosse l`uomo perfetto per le elite` occidentlai che ogdevano dei benefici del sistema capitalistico ma amavano che nell`Europa dell`est continuasse a dominare il male.
Ricorda,l`importanza del "telefono bianco" tra S.Sede e Casa Bianca,nell`aprire una breccia fondamentale nel monolite totalitario comunista.
Ricorda infine,coem l`oratoria aggressiva di Reagan, i suo dire la verita` sul comunismo, abbia rafforzato i dissidenti russi.

Dieci anni fa Ronald Reagan, di fronte alla Porta di Brandeburgo, disse: "Segretario generale Gorbaciov, se davvero volete la pace, la prosperità per l’Unione Sovietica e l’Europa orientale, e la liberalizzazione, venite davanti a questa porta. Aprite questa porta, signor Gorbaciov! Buttate giù questo muro!". Non molto tempo dopo, il muro crollò a pezzi e uno dei più formidabili imperi della storia collassò così rapidamente che, per dirlo con le parole di Vaclav Havel, "non ci fu nemmeno il tempo per stupirsi". Con la disintegrazione dell’Unione Sovietica, l’esperimento politico e sociale più ambizioso dell’età moderna si concluse in un fallimento, e terminò il supremo dramma politico del XX secolo: il conflitto tra il libero occidente e l’est totalitario. Quello che risulterà probabilmente il più importante evento storico dei nostri tempi è già avvenuto.

Considerando tutto questo, viene naturale domandarsi che cosa abbia provocato la distruzione del comunismo sovietico. Eppure, stranamente, è un argomento che nessuno sembra disposto a discutere. Questa riluttanza è particolarmente forte tra gli intellettuali. Pensiamo soltanto a cosa accadde il 4 giugno 1990, quando Mikhail Gorbaciov parlò davanti agli studenti e ai professori della Stanford University. La Guerra fredda era finita, disse, e il pubblico applaudì con grande senso di sollievo.
Poi Gorbaciov aggiunse: "E non mettiamoci a discutere su chi l’abbia vinta". A questo punto il pubblico si alzò in piedi. Partì un applauso scrosciante.
Era comprensibile che Gorbaciov volesse evitare questo argomento. Ma per quale motivo anche gli evidenti vincitori della Guerra fredda erano altrettanto refrattari a celebrare la loro vittoria o ad analizzare come era stata ottenuta? Forse la ragione è semplicemente questa: sull’Unione Sovietica, praticamente tutti si sbagliavano.

Le colombe e i sostenitori dell’appeasement non avevano capito assolutamente nulla. Per esempio, nel 1983, quando Reagan definì l’Unione Sovietica un "impero del male", Anthony Lewis, giornalista del New York Times, era così indignato che setacciò tutto il suo repertorio lessicale in cerca dell’aggettivo più appropriato: "semplicistico", "settario", "pericoloso", "oltraggioso".Alla fine scelse "primitivo: la sola parola adatta".
Alla metà degli anni Ottanta, Strobe Talbott, allora giornalista del Time e successivamente funzionario del Dipartimento di Stato nell’Amministrazione Clinton, scrisse: "Reagan conta sulla supremazia tecnologica ed economica americana per vincere", quando invece "l’Unione Sovietica aveva imparato a convivere con una crisi permanente ed istituzionalizzata".
La storica Barbara Tuchman sostenne che invece di impiegare una politica di scontro, l’occidente doveva ingraziarsi l’Unione Sovietica usando la "tattica del tacchino ripieno: vale a dire, fornirle tutto il grano e i beni di consumo di cui ha bisogno". Se Reagan avesse seguito questo consiglio nel 1982, oggi l’Impero Sovietico sarebbe probabilmente ancora vivo. I falchi e gli anticomunisti comprendevano molto meglio la natura del totalitarismo, e comprendevano la necessità di una politica di riarmo come deterrente all’aggressione sovietica. Ma credevano anche che il comunismo sovietico fosse un avversario permanente e praticamente indistruttibile.

Questo lugubre pessimismo di sapore spengleriano risuona nelle famose parole pronunciate nel 1948 da Whittaker Chambers di fronte al comitato per le attività antiamericane quando disse che, abbandonando il comunismo, "stava lasciando lo schieramento vincente per passare in quello dei perdenti". I falchi non avevano neppure capito quali passi fossero necessari per determinare il definitivo smantellamento dell’impero sovietico. Durante gli anni del suo secondo mandato, quando Reagan appoggiò gli sforzi riformistici di Gorbaciov e sottoscrisse accordi per la riduzione degli armamenti, molti conservatori denunciarono il suo apparente cambio di rotta. "Ignorante e patetico": con queste parole Charles Krauthammer definì il comportamento di Reagan. William F. Buckley Jr. raccomandò a Reagan di riconsiderare il suo giudizio sul regime di Gorbaciov: "Salutarlo come se non fosse più l’impero del male è la stessa cosa che cambiare la nostra opinione su Adolf Hitler". George Will si lamentò che Reagan avesse "accelerato il disarmo morale dell’occidente elevando i pii desideri al rango di una filosofia politica".

A nessuno piace che le proprie conoscenze siano messe in discussione, ma le colombe proprio non riescono ad ammettere che erano loro a sbagliarsi e che Reagan aveva ragione. Di conseguenza questo gruppo negli ultimi anni ha fatto grossi sforzi per riscrivere la storia. Non c’è nessun mistero sulla caduta dell’Unione Sovietica, dicono i revisionisti: soffriva di cronici problemi economici ed è collassata sotto il proprio peso. "Il sistema sovietico si è sciolto e sfaldato per le sue stesse carenze e difetti strutturali", scrive Strobe Talbott, "e non per qualcosa fatto dal mondo esterno". Secondo Talbott, "la minaccia sovietica non è quella che sembrava una volta. Anzi, il punto vero è che non è mai stata una minaccia. Le colombe, nel grande dibattito degli ultimi quarant’anni, hanno avuto sempre ragione".

Nel frattempo, la "estrema militarizzazione" voluta da Reagan e dai duri del Pentagono, insiste George Kennan, "ha rafforzato le stesse posizioni anche nell’Unione Sovietica". Lungi dall’avere accelerato la fine della Guerra fredda, la politica di Reagan potrebbe averne addirittura ritardato la conclusione. Si tratta di un’analisi che colpisce, se non altro per la sua audacia. L’Unione Sovietica effettivamente aveva gravissimi problemi economici. Ma perché questi problemi avrebbero dovuto necessariamente causare la fine del regime politico? Storicamente è una cosa consueta che le nazioni attraversino periodi di recessione economica, ma le carestie o l’arretratezza tecnologica non sono mai state cause sufficienti per determinare il crollo di un grande impero. L’impero romano sopravvisse alla corrosione interna per secoli, prima di essere distrutto dall’invasione delle orde barbariche. L’impero ottomano continuò a vivere come "il malato d’Europa" per generazioni, e cadde definitivamente soltanto con la catastrofica sconfitta subita nella Prima guerra mondiale.
Neppure l’argomento economico è in grado di spiegare perché l’impero sovietico sia crollato o perché il crollo sia avvenuto in quel preciso momento. I revisionisti dicono: è accaduto, e quindi era inevitabile. Ma se il collasso dell’Unione Sovietica era così certo, perché i revisionisti non sono stati capaci di prevederlo, e anzi proclamavano, per citare un articolo pubblicato da Anthony Lewis nel 1983, che il regime sovietico "non era destinato a scomparire"?
E’ altrettanto difficile sostenere che Gorbaciov sia stato il vero architetto del crollo dell’Unione Sovietica. Gorbaciov è stato senza dubbio un riformatore e un leader di tipo completamente nuovo per l’Urss. Ma non aveva nessuna intenzione di condurre il partito, e tutto il regime, dentro al precipizio.
Perciò, quando avvenne il crollo, il più stupito fu proprio lui. Non si aspettava minimamente di essere escluso dal potere, e ancora oggi è assolutamente indignato dal fatto di avere ottenuto soltanto l’uno per cento dei voti nelle elezioni del 1996.
L’uomo che aveva capito tutto fin dall’inizio era, a prima vista, un improbabile statista.
Quando divenne il leader del mondo libero, non aveva nessuna esperienza in politica estera. Alcuni pensarono che fosse un pericoloso guerrafondaio; altri lo consideravano una brava persona, ma un po’ pasticcione. Ciononostante, questo insignificante fantoccio californiano dimostrò di avere una comprensione del comunismo altrettanto profonda di quella di Alexander Solzhenitsyn. Per affrontare l’Unione Sovietica, questo dilettante elaborò una strategia complessa e articolata che quasi nessuno dei suoi collaboratori approvava o addirittura capiva fino in fondo. Attraverso una combinazione di immaginazione, tenacia, pazienza e capacità di improvvisazione.

lunedì 5 ottobre 2009

Puo` il Pd sopravvivere senza Berlusconi?




Sabato pomeriggio si e` svolta a Roma una manifestazione per la liberta` di stampa in Italia che, secondo l`opposizione, sarebbe in grave pericolo. Successivamente, c`e` stato il solito balletto delle cifre sulle presenze reali alla manifestazione che, comunque, ha avuto successo.
Di conseguenza, si puo` considerare un successo che puo` servire a cementare momentaneamente un opposizione divisa e priva di un programma chiaro e definito; capace di trovare consenso e omogeneita` solamente in nome dell`antiberlusconismo.
Il Pd avrebbe dovuto essere il partito del rinnovamento italiano, della vera rottura con il mondo della prima repubblica e della guerra fredda.
Una compagine politica in cui confluivano gli uomini e quindi la storia e la cultura della vecchia sinistra democristiana e del partito comunista, con lo scopo di dar vita ad una sinistra moderna ed europea.
In realta`, questo partito moderno, europeo, post comunista finora non ha mai visto la luce.
I motivi possono essere molti ma, dal mio punto di vista, due sono quelli predominanti: la mancanza di una coraggiosa e anche dolorosa analisi del proprio passato storico, un`interpretazione giacobina della lotta politica.
Con la fine della guerra fredda, in tutti i paesi dell`Europa, seppur con modalita` diverse, i partiti comunisti hanno fatto i conti con la loro storia, hanno affrontato e discusso del loro legame con il totalitarismo sovietico, della loro connivenza con un regime oppressivo e liberticida.
Questo pur provocando sul breve periodo scissioni e perdita di consenso, ha permesso a molti di loro di ridefinirsi come partiti di sinistra realmente psot comunisti.
In Italia, la sinistra comunista, paradossalmente, proprio con la sconfitta del comunismo ha avuto finalmente la possibilita` di andare al potere a livello nazionale.
E` stato sufficente un “maquillage” simbolico e dialettico e, sull`onda lunga di “mani pulite”, la sinistra comunista divenne il “nuovo” divenne automaticamente un moderno partito post guerra fredda.
Quella congiuntura storica ha fatto si che la sinistra italiana, non solo abbia evitato accuratamente di analizzare il proprio passato, i propri errori ed orrori ma abbia finito per esaltare il proprio percorso storico.
In questo modo pero`, i vari partiti post comunisti, non hanno mai avuto una reale credibilita` soprattutto dal momento in cui hanno deciso di ergersi a censori del vizio e a protettori della pubblica Virtu`.
Obbiettivi, secondo loro perseguibili, esclusivamente, attraverso l`eliminazione politica dell`avversario responsabile della degenerazione sociale e civile: Berlusconi.
I recenti comportamenti del premier sono oggettivamente alquanto discutibili, pero`, la sua demonizzazione e` un processo che la sinistra ha iniziato nel lontano 1994.
Fin dalla meta degli anni novanta la sinistra, soprattutto quella cosiddetta moderata, invece di criticare il premier per le scelte politiche sbagliate ha promosso una campagna di critica aprioristica su qualsiasi atteggiamento e politica promossa da Berlusconi.
Questo antiberlusconismo e` stato portato avanti con tale veemenza e sollecitudine, soprattutto dagli intellettuali, che e` diventato una sorta di “passaporto” senza il quale non si ha diritto ad entrare nella sinistra.
Tale atteggiamento pero` ha comportato, per motivi opposti, gravi conseguenze per la stessa sinistra.
Infatti, questa campagna moralistica e censoria non ha ottenuto consensi tra i moderati ma, nel contempo, ha “fondamentalizzato” la base elettorale del partito.
I moderati non hanno gradito una visione politica incentrata sulla demonizzazione dell`avversario e, allo stesso tempo, hanno considerato poco credibili soggetti politici che svolgono la funzione di censori morali pur non avendo mai rinnegato una politica di sostegno e di dipendenza economica e politica da una potenza totalitaria responsabile di milioni di morti.
Gli elettori di sinistra, invece, hanno condiviso fortemente l`interpretazione dei loro leader e dei loro giornali, secondo cui l`illegalita` diffusa, l`immoralita`, la mancata coesione sociale sono estranei alla loro parte politica , e sono esclusivamente il frutto dell`esistenza di Silvio Berlusconi che, attraverso il suo immenso potere priva gli italiani della capacita` di ragionare, ossia di votare sinistra.
Con quindici anni di questa politica la sinistra moderata e` diventata vittima di se stessa.Come ha dimostrato la fallimentare esperienza veltroniana, infatti, la base non accetta assolutamente una rottura neppure parziale con l`antiberlusconismo, ritenuto non sufficente ma necessario e imprescindibile.
Oltretutto, proprio nel momento in cui con Veltroni cercava timidamente di abbandonare l`antiberlusconismo, il Pd si alleava con Di Pietro, novello Saint Just, che faceva dell`antiberlusconismo l`essenza del suo programma .
La conseguenza di questa strategia contraddittoria e` stata una sonora sconfitta alle elezioni politiche, con il popolo di sinistra che ha premiato l`unico che portava avanti senza se e senza ma l`antiberlusconismo.
Cosi`, al Pd non e` rimasto che correre ai ripari, cercando di riappropriarsi del ruolo di partito inquisitore, purificatore dei vizi degli italiani.
Speriamo che nei prossimi anni gli intellettuali e i politici di sinistra capiscano che l`assioma persone intelligenti libere ed oneste votano inevitabilmente sinistra e tale solo per loro che credono ancora nella superiorita` morale ed intellettuale della sinistra.
Speriamo che capiscano che senza aver fatto i conti con il loro passato, e senza avere un comportamento coerente, non sono credibili come censori del vizio, risultano semplicemente ipocriti.
Speriamo che cio` succeda per il bene di questo paese, bisognoso di una sinistra moderna laica ed occidentale.



Neoconservatore

giovedì 1 ottobre 2009

Odifreddi la superiorita` biologica della sinistra e il revisionismo su Olocausto e stalinismo



Alcuni giorni fa, il professor Odifreddi ha rifiutato il premio "Giuseppe Peano" per il miglior libro di divulgazione scientifica.

Odifreddi ha giustificato orgogliosamente il suorifiuto,sostenendo che non accetta di essere iscritto nello stesso albo con una persona come Giorgio Israel oltranzista sionista e collaboratore del governo e del sito d'informazione online Informazione Corretta
I giornali di sinistra,nonostante dedichino, ininterottamente, editoriali e articoli sia al rischio che la nostra societa`si trasformi in una societa` intollerante nei confronti di chi non la pensa come noi, sia al rischio che il governo voglia imporre il pensiero unico, hanno completamente ignorato la questione.
Saputa la notizia sul Il Foglio, sono andato sul sito di Odifreddi e ho trovato alcune interessanti interpretazioni del professore. Ho scoperto che, da ignorante e cretino, (cristiano per Odifreddi significa cretino), ritenevo la matematica una materia scolastica e una scienza, invece e` l`unica religione possibile.
In realta,` pero`, cio` che mi ha veramente colpito e` il revisionismo storico che Odifreddi attua nei confronti del nazismo e delllo stalinismo nonche` l`uso alquanto discutibile di teorie poliche e filosofiche per dimostrare la superiorita` strutturale e morale del comunismo sul capitalismo.

A proposito di democrazia e dittatura (tratto da Capitalismo e comunismo, da che parte sta` la scienza) scrive:

"Esistono naturalmente diversi modi di elezione di un parlamento, di cui il piu` diffuso e` la scelta a maggioranza fra diverse alternative.Nel 1785 il Marchese di Condorcet scopri` che questo sistema e` paradossale{...]Nel 1951 Kenneth Arrow dimostro` un teorema secondo cui esiste oltanto un sistema di votazioni che soddisfi le seguenti proprieta`:
liberta` individuale ( i votanti possono votare per i candidati che preferiscono);
dipendenza dal voto( il risultato delle votazioni e` determinato solo dai voti espressi):
monotonicita`(se un candidato vince prendendo un certo numero di voti, continua a vincere se ne prende di piu`).
Per quanto cio` possa essere sorprendente,questo solo sistema e` la dittatura."
Odifreddi termina la usa dissertazione sostenendo che poiche` questo teorema(non teoria ma, teorema) si applica a qualsiasi tipo di votazione, esso getta un`ombra sinistra sui sistemi politici "sedicenti democratici"

Leggendo questa dimostrazione logica sulla superiorita` della dittatura rispetto alla democrazia, potrebbero venire alcuni dubbi sul concetto di democraticita` che ha il prof.Odifreddi.
Dubbi che egli stesso, consente di diradare attraverso la virtuale intervista ad Hitler "sanguinario vegetariano" che avviene "mentre sessant'anni dopo, nel mondo si sta organizzando un Quarto Reich che va dagli Stati Uniti al Mediterraneo".


Iniziamo con Stalin, padre buono della Patria e vittima delle macchinazioni propagandistiche dell`occidente.

"Non crede che ci siano motivazioni oggettive, oltre alla sconfitta? Stalin la guerra l'ha vinta, eppure anche il suo nome è diventato sinonimo del male.

Milioni di persone non l'hanno pensata così, su Stalin, prima e dopo la guerra: quanti russi hanno pianto, quando è morto? Temo che lei non sappia molto nè dello stalinismo, nè del nazismo, a parte ciò che le ammanniscono i Ministeri della Propaganda, del suo paese e di quello che lo comanda".

Proseguiamo con il revisionismo storico sull`olocausto che, in fin dei conti, non ha impedito a milioni di ebrei di diffondersi nel mondo e ha insegnato agli ebrei come si devono trattare le minoranze:

"Non vorrà negare, però, che il nazismo si è macchiato di crimini contro l'umanità mai visti prima.

Ah, sì? E quali?

Anzitutto, lo sterminio di sei milioni di ebrei.

Non dica cretinate. Il mio modello per la soluzione del problema ebraico è stato il modo in cui gli Stati Uniti avevano risolto l'analogo problema indiano: un genocidio sistematico e scientifico dei diciotto milioni di nativi che vivevano nell'America del Nord. Quanti indiani rimangono negli Stati Uniti, oggi? Qualche centinaio, mantenuti in riserve come i bisonti. E quanti ebrei rimangono invece, al mondo? Milioni, e hanno addirittura uno stato tutto per loro: il quale, tra l'altro, sta mostrando di aver imparato la nostra lezione sul come trattare le minoranze etniche".


Non poteva ovviamente mancare la chiesa cattolica fonte d`ispirazione per il nazismo:

"La Chiesa non la pensa certo così!

Ma se, da quando Rolf Hochhuth ha rotto l'incantesimo con Il vicario nel 1963, non si fa che parlare del silenzio di Pio XII nei confronti di quello che voi chiamate Olocausto! E poi, lei non ha certo letto il mio Mein Kampf, che immagino non sia facile da trovare nelle vostre librerie: se l'avesse fatto, ricorderebbe però che il progetto per il trionfo del nazismo era modellato sulla tenace adesione ai dogmi e sulla fanatica intolleranza che hanno caratterizzato il passato della Chiesa cattolica".

Finiamo infine con l`America, peggiore dei nazisti durante la II Guerra Mondiale e ora fautrice di un Quarto Reich appoggiata dai "nuovi Goebbels come Zeffirelli,Spielberg e Berlusconi".

"In ogni caso, basterebbe a condannarvi il disprezzo per la vita umana di civili innocenti che avete dimostrato durante la guerra.

Questa la vada a raccontare agli abitanti di Amburgo e di Dresda, sui quali avete riversato le "tempeste di fuoco'' che ne hanno ucciso un milione. O a quelli di Hiroshima e Nagasaki, trecentomila dei quali sono stati inceneriti da due bombe atomiche: nessuna propaganda può cancellare il fatto che i "cattivi'' nazisti non hanno costruito queste armi di distruzione di massa, mentre i "buoni'' Stati Uniti le hanno non solo costruite, ma usate!

Di questo passo, arriverà a dire che gli Stati Uniti furono anche un paese nazista!

Gli Stati Uniti non possono aver seguito il nazismo, perchè l'hanno preceduto e ispirato. In fondo, volevamo entrambi una cosa sola: come cantavano le mie SS, Morgen die ganze Welt. Purtroppo il mondo era quasi tutto nelle mani delle potenze coloniali, e bisognava toglierglielo con la forza. Il "male'' di cui ci hanno accusati era tutto qui: voler fare a loro ciò che essi avevano fatto ad altri. Noi abbiamo fallito, ma gli Stati Uniti stanno portando a termine quello che era il nostro vero progetto: il dominio globale (militare, politico ed economico) del pianeta.

E' questa, dunque, l'eredità del nazismo?

L'ha già dichiarato Otto Dietrich zur Linde, il giorno prima della sua esecuzione, nell'intervista rilasciata all'argentino Borges, poi pubblicata col titolo Deutsches Requiem: il nazismo era un'ideologia così ben congegnata, che l'unico modo per sconfiggerla era di abbracciarla. Noi volevamo che la violenza dominasse il mondo, e il nostro scopo è stato pienamente raggiunto. Non abbiamo vissuto e non siamo morti invano".

Voglio finire questa breve esposizione del pensiero di Odifreddi ritornando al suo articolo su comunismo e capitalismo, per evidenziare la superiorita` biologica dei marxisti rispetto alle altre persone:

"Le ricerche di Roger Sperry sulla struttura cerebrale,per le quali egli ha ottenuto il premio Nobel per la medicina nel 1981, hanno mostrato che le attivita` dei due emisferi sono complementari e differenziate:l`emisfero sinistro e` preposto al pensiero astratto e alle attivita` di comunicazione, di scrittura e di ccalcolo; quello destro e` muto, e preposto alle attivita` percettive e di riconoscimento.

La lateralizzazione del cervello e` dunque coinvolta nela determinazione del comportamento a livello neuronale, in modo taleda riflettere le tendenze politiche: gli individuidi sinistra saranno piu` razionali e scientifici,quelli di destra piu` istintivi ed artistici.Se la ragione e` la qualita` che distingue l`uomo dagli animali, si puo` pensare che sistemi di organizzazione della societa` basati su di essa( il marxismo) siano piu` in sintonia con lo sviluppo biologico di quelli basati invece sull`istinto(il capitalismo)".

Voglio solo concludere, sottolineando che una simile persona e` stata insignita della medaglia all`Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Neoconservatore

domenica 5 luglio 2009

Un Che Guevara alla Casa Bianca

Un mondo senza armi nucleari è il sogno di Obama da quando aveva 22 anni e frequentava la Columbia University a New York, un sogno che si porta dietro a Mosca e al G8 a l'Aquila. Lo testimonia un articolo da lui allora scritto per Sundial, il giornale universitario, intitolato "Spezzare la mentalità della guerra". Nell’articolo, emerso qualche mese fa e analizzato ora dal New York Times, Obama propose l'eliminazione degli arsenali atomici di tutte le grandi potenze. «Discutere di possibilità di primo colpo o di secondo colpo nucleare fa comodo soltanto agli interessi militari industriali con i loro miliardi» scrisse il futuro presidente degli Stati Uniti. «Non dobbiamo accettare tale logica perversa ma realizzare un mondo migliore» aggiunse Obama, elogiando il movimento studentesco che chiedeva di congelare gli arsenali sovietico e americano, ma suggerendo che bisognava andare oltre, arrivare al disarmo atomico.
Nell'83, quando Obama pubblicò "Spezzare la mentalità della guerra", era presidente il repubblicano Ronald Reagan, che aveva appena lanciato il progetto dello scudo spaziale poi ripreso da George W. Bush qualche anno fa. Reagan era contrario a un nuovo trattato allora in discussione, quello del divieto dei test atomici. Ma nel suo articolo Obama lo caldeggiò, sostenendo che il trattato sarebbe stato «il primo grande passo verso un mondo libero da armi nucleari» ("nuclear free world", una definizione che divenne lo slogan dei pacifisti). E denunciò «la silenziosa, continua avanzata del militarismo in America e la crescente minaccia di una guerra».

Il professore Michael Baron, che in quel periodo tenne un corso di politica estera alla Columbia university , ricorda che Obama gli presentò una tesina «su come America e Urss potevano negoziare il disarmo». "Spezzare la mentalità della guerra" fu scoperto all'insediamento di Obama alla Casa bianca da Steven Brockman, un ex studente che pubblicò sullo stesso numero di Sundial un articolo sulla Germania, e che oggi insegna letteratura tedesca alla Carnegie Mellon università. Secondo Baron e Brockman, Obama partecipò alle dimostrazioni studentesche contro Reagan, compresa quella di un milione di persone a Central Park a New York, con cartelli con su scritto "Pane non bombe" e "Congela o brucia". Nella sua autobiografia il presidente non si è soffermato sul suo impegno anti atomico ma il New York Times osserva che dal suo ingresso al Senato nel 2004 Obama si è battuto per la riduzione degli arsenali nucleari. A Mosca, nota il giornale, vuole negoziare la riduzione delle testate atomiche da 2.200 a 1.500 per parte e rafforzare il trattato di non proliferazione. Conclude il New York Times che secondo Obama solo in un mondo del tutto denuclearizzato l'Iran e la Corea del Nord rinuncerebbero a procurarsi la bomba.
Questo articolo di Ennio Caretto, sul Corriere di ieri, riprende un`articolo del NYT, sulle passioni giovanili di Obama.In teoria sono, appunto, passioni giovanili ma visto il comportamento tenuto da Obama in questi mesi sembrano ancora ben vive dentro Obama.Un presidente che da giovane, mentre il mondo era minacciato dal totalitarismo comunista, invece di appoggiare la politica del proprio paese sperava in un annullamento del vantaggio americano.
L`America, guidata dal grande Ronald Reagan, riusciva infatti a competere con l`Urss sul piano degli armamenti e nel contempo a garantire un livello di vita elevatissimo ai suoi cittadini, al contrario dei sovietici che pur avendo manodopera schiavistica(le persone nei gulag) morivano di fame.
Un`abolizione di tutte le armi nucleari, non a caso voluto dalle sinistre sovvenzionate da Mosca, avrebbe permesso al regime comunista di sopravvivere.Questo articolo, spiega chiaramente il perche` delle aperture a Chavez, a Cuba all`Iran, l`ignavia nei confronti della Corea, le scelte sull`aborto, lo statalismo economico.
Povera America, che presidente che si e` scelta. Speriamo duri solo 4 anni.