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sabato 28 novembre 2009

La Polonia equipara i due totalitarismi del secolo scorso


Ieri sui siti ed oggi sulla carta stampata italiana, e` apparsa la notizia che in Polonia si starebbero mettendo al bando i simboli del comunismo.Ebbene tale notizia e` parziale e distorce il significato della decisione del governo polacco.Il disegno di legge prevede infatti che sia i simboli comunisti sia quelli nazifascisti siano messi al bando.
In altre parole, non si tratta di una posizione puramente anticomunista; si tratta di equiparare i due totalitarismi del secolo scorso: nazismo e comunismo.
Dal punto di vista storico tutti concordano, tranne alcune rilevanti eccezioni, che i comunisti ovunque hanno potuto prendere il potere con la forza o con brogli hanno poi instaurato regimi antiumani liberticidi.
Questi regimi sono sopravissuti solo privando i propri cittadini delle liberta` fondamentali quali la liberta` religiosa, la liberta`d`espressione, la liberta` di coscienza, la liberta` di movimento.
Hanno costruito e mantenuto il loro potere basandosi sull`assassinio di massa, sull`arbitrarieta` del potere statuale,distruggendo i legami famigliari, istillando il sospetto e la paura ai propri cittadini.
Tutto cio` non poteva portare che alla poverta` e alla miseria e non poteva non crollare non appena quei governanti hanno cercato (durante l`era Gorbaciov), di mantenere questi modelli del Male in vita, senza ricorrere alla violenza indiscriminata.
In Europa Occidentale ed in Italia si e` pero` ampiamente diffusa la concezione che quei regimi, in fin dei conti erano espressione di una concezione distorta del comunismo e che l`idea del comunismo in se e` buona.
Ebbene la decisione del governo polacco e` importante anche da questo punto di vista perche` aiuta a far emergere la realta`.
Il comunismo e` un`idea malvagia e non puo` che avere come sua applicazione pratica l`istaurazione di regimi totalitari/dittatoriali basati sulla violenza sul sospetto,sull`assassinio di massa.
Il motivo e` semplice: tale dottrina politica come il nazismo si basa sul concetto di colpa collettiva aprioristica. Secondo tale concezione non e` il singolo che e` eventualmente colpevole per le azioni che compie, ma al contrario e` un determinato gruppo etnico, sociale, religioso, che per la sua sola esistenza non puo` che compiere il male e per tanto deve essere eliminato.
Il nazismo ha come elemento discriminante la razza il comunismo la classe.Secondo la teoria nazista chiunque nasceva ebreo o era membro di una razza inferiore era malvagio e doveva essere eliminato per il bene dell`umanita` che avrebbe dovuto essere guidata dalla classe superiore:quella ariana.Secondo la teoria comunista(sia nella versione marxiana,sia in quella marxista leninista,sia in quella maoista) chiunque nasceva borghese era malvagio, non poteva che commettere il male e la sua esistenza non poteva che arrecare danno all`umanita`.Anzi,solo la sua cancellazione dalla faccia della terra poteva porre fine a tutte le ingiustizie umane e dare un radioso futuro all`umanita`.Per questo motivo gli stermini di massa compiuti dal comunismo sono tutt`altro che un`esasperazione o una distorsione della concezione originaria; al contrario sono una logica applicazione.
Di conseguenza la decisione del governo polacco di equiparare ufficialmente i due totalitarismi e` giusta e speriamo costituisca il primo passo verso una decisione europea in tal direzione.

Neoconservatore

lunedì 9 novembre 2009

Come Reagan vinse la guerra fredda (5)





Fu proprio questo il significato della visita di Reagan alla Porta di Brandeburgo il 12 giugno 1987, nel corso della quale richiese che Gorbaciov dimostrasse la serietà delle sue intenzioni abbattendo il muro di Berlino.

E nel maggio del 1988 pronunciò davanti alla statua di Lenin nella Università di Mosca la più vibrante difesa della libera società mai rivolta al popolo sovietico. Durante quel viaggio visitò l’antico monastero di Danilov e esaltò il valore della libertà religiosa. All’ambasciata americana, garantì a un gruppo di dissidenti che il giorno della libertà era vicino. Tutte queste iniziative avevano lo scopo di forzare la mano a Gorbaciov.

Per prima cosa Gorbaciov acconsentì a una profonda riduzione unilaterale delle forze sovietiche in Europa. A cominciare dal maggio 1988, le truppe sovietiche si ritirarono dall’Afghanistan. Poco tempo dopo, i soldati sovietici iniziarono a ritirarsi anche dall’Angola, dalla Cambogia e dall’Etiopia. In Europa orientale partì la corsa verso la libertà e il Muro di Berlino venne abbattuto.

In tutto quel periodo, il grande risultato di Gorbaciov, per il quale sarà ricordato dalla storia, è stato quello di non ricorrere all’uso della forza, come invece avevano fatto i suoi predecessori di fronte alle rivolte popolari in Ungheria nel 1956 e in Cecoslovacchia nel 1968. Ora Gorbaciov e il suo governo non soltanto permettevano la dissoluzione dell’impero, ma cominciavano a parlare proprio come lo stesso Reagan.

Nell’ottobre 1989 il portavoce del ministro degli Esteri sovietico Gennadi Gerasimov annunciò che l’Unione Sovietica non avrebbe interferito con la politica interna delle nazioni del blocco orientale. "La dottrina Breznev è morta", dichiarò Gerasimov. Ai giornalisti che gli chiedevano con che cosa sarebbe stata sostituita, Gerasimov rispose: "Conoscete la canzone di Frank Sinatra My Way? Ecco, l’Ungheria e la Polonia stanno procedendo proprio in questo modo. Abbiamo la dottrina Sinatra". Lo stesso Reagan non avrebbe potuto usare parole migliori. Infine, la rivoluzione si diffuse nella stessa Unione Sovietica.

Gorbaciov, che aveva perso completamente il controllo degli eventi, si ritrovò escluso dal
potere. L’Unione Sovietica votò a favore dell’abolizione di se stessa. Sarebbero rimasti problemi di adattamento alle nuove condizioni, ma il popolo liberato sapeva che questi problemi sono nettamente preferibili alla vita in schiavitù.

Persino alcuni di coloro che erano stati critici nei confronti di Reagan furono costretti ad ammettere che le sue politiche avevano avuto ragione.

Henry Kissinger ha detto che, sebbene sia stato Bush ad assistere alla definitiva disintegrazione dell’impero sovietico, "è stata la presidenza di Ronald Reagan a segnare il momento di svolta". Il cardinale Casaroli, segretario di Stato del Vaticano, ha dichiarato che il riarmo deciso da Reagan, al quale lui stesso si era opposto, aveva determinato il collasso del comunismo. Queste conclusioni sono ampiamente condivise nell’ex Unione Sovietica e nell’Europa orientale.

Quando il presidente ceco Vaclav Havel si è recato in visita a Washington nel maggio 1997, gli ho domandato se la strategia difensiva e la diplomazia di Reagan fossero stati elementi decisivi per la fine della Guerra fredda. Havel ha risposto affermativamente, aggiungendo che "sia a Reagan che a Gorbaciov va attribuito il merito", perché il comunismo sovietico, per quanto destinato prima o poi a crollare, "senza di loro ci avrebbe impiegato molto più tempo". Le parole di Havel sono incontestabili. Però Reagan ha vinto e Gorbaciov ha perso. Se Gorbaciov è stato il grilletto, Reagan è stato colui che lo ha premuto. Per la terza volta nel XX secolo, gli Stati Uniti hanno combattuto e vinto in una guerra mondiale. Nella Guerra fredda, Reagan è stato il nostro Churchill: è stata la sua visione e la sua leadership a condurci alla vittoria.

sabato 7 novembre 2009

Come Ronald Reagan vinse la guerra fredda

E` un bellissimo articolo che,proprio in questi giorni mentre si cerca di modificare la storia di quegli anni, attribuendo per esempio la patente di vincitore a Gorbaciov e si dimentica Reagan e Woityla, ricorda alcune verita.
Innanzitutto dimostra come i liberals avessero nei confronti del comunismo gli stessi atteggiamenti che ora hanno nei confronti dell`islamismo, e un tempo avevano nei confronti del nazismo.Il tutto riassumibile nella parola appeasement.Evidenzia come Ronald Reagan,fosse un convinto anticomunista ma non fosse un fanatico, incapace di capire quando cambiare tattica.
Evidenzia come Gorbaciov fosse l`uomo perfetto per le elite` occidentlai che ogdevano dei benefici del sistema capitalistico ma amavano che nell`Europa dell`est continuasse a dominare il male.
Ricorda,l`importanza del "telefono bianco" tra S.Sede e Casa Bianca,nell`aprire una breccia fondamentale nel monolite totalitario comunista.
Ricorda infine,coem l`oratoria aggressiva di Reagan, i suo dire la verita` sul comunismo, abbia rafforzato i dissidenti russi.

Dieci anni fa Ronald Reagan, di fronte alla Porta di Brandeburgo, disse: "Segretario generale Gorbaciov, se davvero volete la pace, la prosperità per l’Unione Sovietica e l’Europa orientale, e la liberalizzazione, venite davanti a questa porta. Aprite questa porta, signor Gorbaciov! Buttate giù questo muro!". Non molto tempo dopo, il muro crollò a pezzi e uno dei più formidabili imperi della storia collassò così rapidamente che, per dirlo con le parole di Vaclav Havel, "non ci fu nemmeno il tempo per stupirsi". Con la disintegrazione dell’Unione Sovietica, l’esperimento politico e sociale più ambizioso dell’età moderna si concluse in un fallimento, e terminò il supremo dramma politico del XX secolo: il conflitto tra il libero occidente e l’est totalitario. Quello che risulterà probabilmente il più importante evento storico dei nostri tempi è già avvenuto.

Considerando tutto questo, viene naturale domandarsi che cosa abbia provocato la distruzione del comunismo sovietico. Eppure, stranamente, è un argomento che nessuno sembra disposto a discutere. Questa riluttanza è particolarmente forte tra gli intellettuali. Pensiamo soltanto a cosa accadde il 4 giugno 1990, quando Mikhail Gorbaciov parlò davanti agli studenti e ai professori della Stanford University. La Guerra fredda era finita, disse, e il pubblico applaudì con grande senso di sollievo.
Poi Gorbaciov aggiunse: "E non mettiamoci a discutere su chi l’abbia vinta". A questo punto il pubblico si alzò in piedi. Partì un applauso scrosciante.
Era comprensibile che Gorbaciov volesse evitare questo argomento. Ma per quale motivo anche gli evidenti vincitori della Guerra fredda erano altrettanto refrattari a celebrare la loro vittoria o ad analizzare come era stata ottenuta? Forse la ragione è semplicemente questa: sull’Unione Sovietica, praticamente tutti si sbagliavano.

Le colombe e i sostenitori dell’appeasement non avevano capito assolutamente nulla. Per esempio, nel 1983, quando Reagan definì l’Unione Sovietica un "impero del male", Anthony Lewis, giornalista del New York Times, era così indignato che setacciò tutto il suo repertorio lessicale in cerca dell’aggettivo più appropriato: "semplicistico", "settario", "pericoloso", "oltraggioso".Alla fine scelse "primitivo: la sola parola adatta".
Alla metà degli anni Ottanta, Strobe Talbott, allora giornalista del Time e successivamente funzionario del Dipartimento di Stato nell’Amministrazione Clinton, scrisse: "Reagan conta sulla supremazia tecnologica ed economica americana per vincere", quando invece "l’Unione Sovietica aveva imparato a convivere con una crisi permanente ed istituzionalizzata".
La storica Barbara Tuchman sostenne che invece di impiegare una politica di scontro, l’occidente doveva ingraziarsi l’Unione Sovietica usando la "tattica del tacchino ripieno: vale a dire, fornirle tutto il grano e i beni di consumo di cui ha bisogno". Se Reagan avesse seguito questo consiglio nel 1982, oggi l’Impero Sovietico sarebbe probabilmente ancora vivo. I falchi e gli anticomunisti comprendevano molto meglio la natura del totalitarismo, e comprendevano la necessità di una politica di riarmo come deterrente all’aggressione sovietica. Ma credevano anche che il comunismo sovietico fosse un avversario permanente e praticamente indistruttibile.

Questo lugubre pessimismo di sapore spengleriano risuona nelle famose parole pronunciate nel 1948 da Whittaker Chambers di fronte al comitato per le attività antiamericane quando disse che, abbandonando il comunismo, "stava lasciando lo schieramento vincente per passare in quello dei perdenti". I falchi non avevano neppure capito quali passi fossero necessari per determinare il definitivo smantellamento dell’impero sovietico. Durante gli anni del suo secondo mandato, quando Reagan appoggiò gli sforzi riformistici di Gorbaciov e sottoscrisse accordi per la riduzione degli armamenti, molti conservatori denunciarono il suo apparente cambio di rotta. "Ignorante e patetico": con queste parole Charles Krauthammer definì il comportamento di Reagan. William F. Buckley Jr. raccomandò a Reagan di riconsiderare il suo giudizio sul regime di Gorbaciov: "Salutarlo come se non fosse più l’impero del male è la stessa cosa che cambiare la nostra opinione su Adolf Hitler". George Will si lamentò che Reagan avesse "accelerato il disarmo morale dell’occidente elevando i pii desideri al rango di una filosofia politica".

A nessuno piace che le proprie conoscenze siano messe in discussione, ma le colombe proprio non riescono ad ammettere che erano loro a sbagliarsi e che Reagan aveva ragione. Di conseguenza questo gruppo negli ultimi anni ha fatto grossi sforzi per riscrivere la storia. Non c’è nessun mistero sulla caduta dell’Unione Sovietica, dicono i revisionisti: soffriva di cronici problemi economici ed è collassata sotto il proprio peso. "Il sistema sovietico si è sciolto e sfaldato per le sue stesse carenze e difetti strutturali", scrive Strobe Talbott, "e non per qualcosa fatto dal mondo esterno". Secondo Talbott, "la minaccia sovietica non è quella che sembrava una volta. Anzi, il punto vero è che non è mai stata una minaccia. Le colombe, nel grande dibattito degli ultimi quarant’anni, hanno avuto sempre ragione".

Nel frattempo, la "estrema militarizzazione" voluta da Reagan e dai duri del Pentagono, insiste George Kennan, "ha rafforzato le stesse posizioni anche nell’Unione Sovietica". Lungi dall’avere accelerato la fine della Guerra fredda, la politica di Reagan potrebbe averne addirittura ritardato la conclusione. Si tratta di un’analisi che colpisce, se non altro per la sua audacia. L’Unione Sovietica effettivamente aveva gravissimi problemi economici. Ma perché questi problemi avrebbero dovuto necessariamente causare la fine del regime politico? Storicamente è una cosa consueta che le nazioni attraversino periodi di recessione economica, ma le carestie o l’arretratezza tecnologica non sono mai state cause sufficienti per determinare il crollo di un grande impero. L’impero romano sopravvisse alla corrosione interna per secoli, prima di essere distrutto dall’invasione delle orde barbariche. L’impero ottomano continuò a vivere come "il malato d’Europa" per generazioni, e cadde definitivamente soltanto con la catastrofica sconfitta subita nella Prima guerra mondiale.
Neppure l’argomento economico è in grado di spiegare perché l’impero sovietico sia crollato o perché il crollo sia avvenuto in quel preciso momento. I revisionisti dicono: è accaduto, e quindi era inevitabile. Ma se il collasso dell’Unione Sovietica era così certo, perché i revisionisti non sono stati capaci di prevederlo, e anzi proclamavano, per citare un articolo pubblicato da Anthony Lewis nel 1983, che il regime sovietico "non era destinato a scomparire"?
E’ altrettanto difficile sostenere che Gorbaciov sia stato il vero architetto del crollo dell’Unione Sovietica. Gorbaciov è stato senza dubbio un riformatore e un leader di tipo completamente nuovo per l’Urss. Ma non aveva nessuna intenzione di condurre il partito, e tutto il regime, dentro al precipizio.
Perciò, quando avvenne il crollo, il più stupito fu proprio lui. Non si aspettava minimamente di essere escluso dal potere, e ancora oggi è assolutamente indignato dal fatto di avere ottenuto soltanto l’uno per cento dei voti nelle elezioni del 1996.
L’uomo che aveva capito tutto fin dall’inizio era, a prima vista, un improbabile statista.
Quando divenne il leader del mondo libero, non aveva nessuna esperienza in politica estera. Alcuni pensarono che fosse un pericoloso guerrafondaio; altri lo consideravano una brava persona, ma un po’ pasticcione. Ciononostante, questo insignificante fantoccio californiano dimostrò di avere una comprensione del comunismo altrettanto profonda di quella di Alexander Solzhenitsyn. Per affrontare l’Unione Sovietica, questo dilettante elaborò una strategia complessa e articolata che quasi nessuno dei suoi collaboratori approvava o addirittura capiva fino in fondo. Attraverso una combinazione di immaginazione, tenacia, pazienza e capacità di improvvisazione.